venerdì 10 ottobre 2008

Finalmente New York!

Ciao da New York.
Qui Frank.
E scusate se ci abbiamo messo un pò ad arrivare a questo post, ma immagino capirete: New York si vede bene camminando, e non è come Milano che in 15 minuti sei in un'altra zona.
No.
Qui sei avanti di 15 minuti sullo stesso viale/road/avenue.
Perchè questa città è gigantesca: ed è fitta di cose da vedere.
Oggi è Venerdì, domani sera saremo sull' aereo per tornare: ci credete che non abbiamo visto la Statua della Libertà, e non so se riusciremo a vederla?
Per questo, bisogna arrivare fino al New York Harbor (sul mare) e prendere poi un traghetto verso Ellis Island. Non è lunghissima, ma passa un pò la voglia, devo ammetterlo.
Capitemi.

Partirei dal giorno di oggi per andare poi a ritroso, ok?

Sabato avrà un capitolo a parte.


VENERDI'

Ci siamo alzati prima delle 9 e alle 9,10 eravamo a fare colazione in un posto piccolissimo con un solo tavolo, che stamattina era anche occupato da uno del locale che stava preparando delle confezioni di cartoncino per il negozio. Il posto in questione si chiama Magnolia Bakery, ed è in Bleeker Street, vicino a Soho (non vicino al nostro hotel, lo abbiamo raggiunto con il taxi).





Perchè siamo andati lì?
Le donne avranno già capito: perchè è un locale che compare nel famoso telefilm "Sex & The City".



Io, e penso altri uomini, queste cose continuiamo a non capirle: già non si spende poco per una colazione da Starbucks (sugli 10 dollari in 2), qui si spende un 15-20% in più.
Starbucks ha un sacco di tavoli la connessione wi-fi, tanto che al mattino non è raro trovare qualcuno col proprio laptop su un tavolo. Anzi, è la regola.
Magnolia Bakery no: non solo non ha 2 tavoli 2 (ne ha uno, quando non è occupato dal locale stesso), ma credo non abbia neanche la connessione wi-fi. Mi è sembrato uno dei tipici localini da colazione che trovavamo in California, vicino ai parchi nazionali, ma molto più piccolo.
E chi lo gestisce secondo me è anche inglese: lo si capisce dall'accento e dalla faccia.
Comunque le torte sono buone e, come dappertutto, una fettina è pure troppo.

Da lì abbiamo percorso ancora un tratto di Bleeker St. a piedi, giusto per ammirare quanto sia pittorica: quasi non sembra di essere a New York.
Poi siamo balzati su un taxi e ci siamo diretti in un grande magazzino che vende abbigliamento di marca a prezzi scontati: si chiama Century 21, ed è di fronte al sito del World Trade Center.
Questi negozi (secondo il nostro libro-guida, soprattutto questo) sono conosciuti damolti newyorkesi, e infatti sono affollati all'inverosimile: tutti i giorni sembra sia sabato, per la folla che c'è. E ci sono molte marche: quelle che vanno di più appartengono ai designer italiani ed europei (i designer americani sono un pò tamarri, vedo).
Stranamente siamo usciti dopo pochissimo: non ce la facevamo più e inoltre questi "bargains" ("affari") spesso valgono quanto li paghi, ossia poco.

Usciti da Century 21, ci ritroviamo di fronte al WTC Site: vediamo un'alta transenna da cantiere, che non fa vedere nulla se non molte ruspe che spuntano dal centro e dagli angoli di questo quartiere.



Per vedere qualcosa, ci spostiamo nella vicina Liberty Street, dove il passaggio pedonale obbligato (in mezzo a transenne costruite con tubi di ferro: insomma, è un mezzo cantiere in tutta la zona, comprensibilmente) ci porta ai bordi riparati del sito occupato una volta dalle Torri Gemelle.



Il cammino intrapreso dal negozio a qui ha osservato, da parte di tutti e due, un lungo silenzio e facce un pò scure, come se si stesse facendo visita ai propri cari al cimitero: credo che le anime ancora stiano urlando in questo posto, fuse in mezzo al cemento dei grattacieli circostanti, magari, come se quel cemento avesse un pò dell'energia delle persone che ha visto morire.




Ci fermiamo, e ossserviamo: i lavori sono iniziati da tempo all'interno di questo enorme scavo, e molti operai si danno da fare giornalmente per portare avanti i lavori affinchè si termini entro quattro anni quello che un grosso cartello in fondo al cantiere chiama World Trade Center 2012.
Sulla nostra sinistra, appesi alla rete di recinzione, alcune persone hanno lasciato dei mazzi di fiori, e molta gente guarda ciò che anche noi stiamo osservando: i lavori, in una buca quadrata gigantesca, definita ai lati da colate di cemento che ne definiscono il perimetro.
Sono turisti come noi, arrivano da molte parti del Mondo, ma hanno una cosa in comune: un'espressione triste.
Mi giro, e Carla è fissa, immobile di fronte a questa cava, si tiene alla rete di recinzione e le lacrime le scorrono lungo il viso. Ci guardiamo senza dire nulla.
Mi giro per trattenere ciò che l'emozione umana comunque causa. Ci riesco perchè mi monta una certa rabbia nel corpo: questi fatti sono successi 7 anni e 1 mese fa, e ancora il colpevole non è consegnato alla giustizia.
La mia unica consolazione è che quando uscirà questo/i colpevole/i, immagino che tutto il Mondo vorrà linciare una persona sola (o un gruppo di persone).
La logica vorrebbe che io mandassi i miei auguri per una morte istantanea ai responsabili del disastro, ma ancora non si sa se il destinatario è qui vicino o molto lontano: non c'è una certezza cristallina in proposito.

E' stata una visita dolorosa, lo ammetto, e silenziosamente ci rimettiamo in cammino per altre destinazioni.

Siamo molto vicini a Wall Street, e decidiamo di passare a dare un'occhiata: appena arriviamo in zona, notiamo subito tre furgoni di reporters televisivi parcheggiati, un sacco di gente nella strada chiamata, appunto, Wall, e vari cameramen posti un pò dappertutto, pronti a documentare.



Sono giorni strani e molto caldi da queste parti, e un pò di tensione la si può palpare, volendo.
Attraversiamo quindi la via con l'ingresso alla Borsa e ci dirigiamo verso il Toro, che è il simbolo dell'economia in crescendo (l'Orso invece indica l'economia di mercato con sinusoide calante, ma qui nessuno vuole orsi, tuttavia sembrano esserci più orsi che tori in questi giorni).



Dopo la piccola visita a Wall Street, ci fermiamo per uno spuntino: zuppa con noodles per Carla, panino con tonno per Frank.
Quanta voglia abbiamo di ritornare alle vecchie abitudini alimentari....sigh...
Andiamo avanti.

Il resto del pomeriggio lo abbiamo passato su Broadway, a piedi, dal numero 7 al 700 (una bella scarpinata, ma Broadway va molto più avanti): questa via, famosa per i teatri, oggi è piena di quegli stessi negozi presenti in Italia, misti ad altri più americani.
Il Best Buy (vorrebbe dire "prezzo migliore") mi ha un pò deluso (come prezzi).
Molti altri mi escono dalle orecchie (ossia, negozi che si trovano tranquillamente a Milano).
Altri ancora sono curiosi, perchè magari propongono cose personalizzate da artisti locali, molte volte (non sempre): tuttavia, un cavatappi pitturato diversamente, e con i gattini e i puntini, può tranquillamente stare dov'è, se costa 45 dollari: ne faccio io uno diverso, più carino, e quando mi danno 30 dollari sono soddisfatto.

Cena a Little Italy!



Prima di tutto: antipasto di salumi. Ossia: 2 fette di salame, due di prosciutto crudo, due di pancetta e 5 fettine di formaggio; questo piatto in due.
Poi fettuccine con cozze per Frank e allo scoglio per Carla.
Vino: zero.



Birra e acqua naturale, piuttosto.

Dobbiamo dire che non si è mangiato male, sebbene mancasse un pò di sale nei primi.

Dessert: non ve lo diciamo perchè ci vergognamo. Soprattutto Frank.


GIOVEDI'

Una giornata campale anche questa fu. Più che altro, pedestre.


A New York vige una regola importante: la regola del pedone.



Guai a essere autista e mettere in difficoltà un pedone: il pedone passa anche col rosso (pratica consueta), e ha sempre ragione. Anche i cartelli lo dicono.
Confortati da questa notizia, tutti si buttano in strada appena non passano auto, sia che sia verde (che poi è bianco), sia rosso.

Le auto a New York sono molte: tantissimi taxi, molti mezzi commerciali (pickup, camions della UPS, furgoni, etc...), pochissime le auto private.
Perchè il traffico in questa città è celebre: un disastro.
Un taxi chiede mediamente 10 dollari per portarti poche miglia più in là; di fatto cambi distretto, e vedi altro ad un prezzo ragionevole, che nulla ha a che vedere con i prezzi che esercitano i nostri taxisti (mi dispiace, ma è una constatazione di fatto).



Abbiamo visitato Little Italy: nel 2008, questa porzione di New York sembra quasi una caricatura di sè stessa.
Non l'abbiamo mai vista prima, ma l'impressione che si ha è questa: molti ristoranti italiani, gestiti da Italiani e non solo (un napoletano lo abbiamo incontrato - e ci siamo andati il giorno seguente, al suo ristorante, a spendere quasi 100 dollari in due) e molti "gift shops" che vendono magliette con frasi tratte da films con Pacino ("Fuck You Fuckin' Fuck" o qualcosa del genere - una bellezza, guarda) e immagini di Scarface (che è sì un film con Al Pacino, ma per chi non lo sapesse "Scarface" era il soprannome di Alfonso "Al" Capone, che aveva una cicatrice sul viso - sebbene il film con Pacino racconti la storia di Tony Montana, trafficante - remake di un film del 1932).



Insomma, a Little Italy vince l'Italia poco raccomandabile, almeno sul settore gadget.



Il cuore pulsante di questo quartiere è Mulberry Street, dove c'è praticamente tutto ciò che ho descritto e che potete immaginare.
Appena fuori da Mulberry, si arriva ad incrociare Canal Street, la via che separa l'Italia dalla Cina sul fronte quartieristico.



I cinesi sono dappertutto, e forse Ridley Scott non aveva torto quando in Blade Runner aveva immaginato una popolazione con altissima percentuale di asiatici, sebbene il film fosse ambientato a Los Angeles.
Lungo Canal Street, ancora prima di attraversarla per approdare a Chinatown (che non abbiamo visitato), ci sono molti negozietti che vendono ciarpame e bigiotteria di basso livello gestiti da asiatici. Che, con fare anche un pò invadente, vengono a proporti acquisti per strada: una signora non più giovane, ad esempio, ci è venuta incontro indossando una giacca a maniche lunghe (faceva caldo) e all'improvviso ha tirato su la manica destra, sfoggiando 5-6 orologi diversi. La cosa bella è che deve aver detto "Guardate qua che belli! Ne volete uno?", ma lo ha detto in cinese.
Carla è schifata, e affretta il passo: non per altro, ma non sono i modelli che lei predilige.

Di fianco a questa zona troviamo SoHo (SOuth HOuston), ossia la parte meridionale di una grossa strada chiamata Houston Street. Qui c'è un altro microcosmo, infestato di negozi chic (Ralph Lauren, Tommy Hilfiger, etc...) e con l'aria da "artista". Un pò come se fossimo al quartiere Isola di Milano (notoriamente una inner city, dove convivono abbastanza pacificamente diverse culture in armonia).
Come la nostra guida Lonely Planet descrive (ancora un grazie a Paul!), SoHo, come Little Italy, hanno una fama migliore rispetto al passato, grazie al fatto che anche questi due quartieri si sono uniformati all'abbondanza invadente di negozi stilistici, che fanno in modo che anche qui (come ovunque, quasi) si possa far sentire il turista a proprio agio.
Ci sentiamo a nostro agio, in effetti: ma Frank avrebbe voluto vedere la vera faccia del quartiere, a costo di ritornarci da solo.
Non per altro: Tommy Hilfiger, ad esempio, produce abiti con taglia XL che stanno bene a un cagnolino piccolo. Figuratevi cos'è la taglia S: quasi un addobbo per il portachiavi.

In serata, cena a un locale segnalato da alcuni amici di Carla, il Dallas B-B-Q.
Un postone immenso che si affaccia gradevolmente su Times Square, dove non si mangia male e i prezzi sono abbastanza popolari.



E dove, a titolo di "aperitivo", fanno dei cocktails enormi e ghiacciati: praticamente quello sarà ciò che bevi anche durante la cena, non solo come "aperitivo".



Di fronte a questo, il più grande McDonald's che abbiamo mai visto: sembra il cinema dove fanno le prime di Hollywood. Solo che qui non fanno i primi, ma solo "junk food".

MERCOLEDI'


Ci siamo spinti verso la 5^ Avenue, Broadway e Times Square, quest'ultima da vedere con la complicità della notte preferibilmente (si apprezzano meglio le luci!): questi tre "punti cardinali" in realtà distano poco dal nostro hotel, e quindi possiamo dire di aver fatto scorpacciata di Quinta Avenue.

Cosa ti colpisce di New York, a parte la frenesia cittadina?



Provate a guardare in alto: vedrete altissimi grattacieli, che le foto non sanno tradurre per efficacia visiva.



Manhattan ne è piena, alcuni normali e scontati, altri degni di nota.
Come l'Empire State Building, che optiamo per una visita passandoci di fianco.





Che ridere: la visita su questo grattacielo, leggiamo su un opuscolo mentre siamo in fila ad una coda allucinante, prevede di salire fino all'86 piano.



Chi paga di più ha un "pass" speciale che ti permette di eludere la coda, e se sganci un altro pò di dollari arrivi fino al 102esimo piano!
Ma che c'è al 102esimo piano? Vai a vedere da vicino il pennone? Mah...





All'esaurirsi della coda, ad ogni modo, riusciamo ad arrivare alla biglietteria: 19 dollari cadauno, e se vuoi il programma souvenir sono altri 8 dollari. Il programma souvenir è un cartoncino che, aprendolo, mostra tutta la mappa di New York a "pop-up" (apri e salta fuori la cartina), e ti permette di capire in che posizione ti trovi (Est, Ovest, Sud, Nord) rispetto a ciò che vedi.
Idea geniale.
Questa cartina serve soprattutto all'86esimo piano.



Un'altra coda ci porta verso gli ascensori: ascensori capaci (8-9 persone alla vola) e telecomandati, nonchè ultra-veloci.
Prima di arrivare all'ascensore ci viene fatta una foto insieme davanti a un telone verde, di quelli utilizzati al cinema per posporre al soggetto uno sfondo "neutro".
All'interno della cabina dell'ascensore, mentre si sale, la conta dei piani avviene di 10 in 10, e man mano che vai su ti si tappano le orecchie.
Una volta scesi dall'ascensore, si viene guidati sulla terrazza, che offre la visuale di tutta New York sotto ai proprio occhi, visionabile dai quattro punti cardinali.



Se si guarda in giù, i taxi sono più piccoli delle formiche, se si guarda in avanti si scorge la Statua della Libertà, uno storico cartello della Pepsi Cola vecchio di 80 anni posto su un molo, si vede la baia e molto altro ancora. Visuale eccezionale.
Dopo 20 minuti circa, si riscende: passaggio obbligato in mezzo al gift shop (questa cosa mi dà tanto l'aria di essere una pecora che viene portata a pascolare insieme al gregge, Nota di Frank), quindi si prosegue, e prima di uscire dal Building alcuni amici dei fotografi cercano di venderci ( a 20 dollari) la foto che abbiamo fatto davanti allo sfondo verde: lo sfondo che hanno aggiunto loro con i macchinari sofisticati di cui dispongono è una tamarrata indicibile - l'Empire State Building di notte, posto dietro le nostre spalle.
Tutti coloro che visitano questo monumento di New York subiscono lo stesso identico trattamento.
"Ci sono due stampe grandi e due fototessera: vi lasciamo tutto questo per soli 20 dollari!" ci dicono entusiasti. Rifiutiamo, mandandoli a cagare sommessamente.
A tratti, vorremmo farlo apertamente. Ma sempre con il sorriso sulle labbra.


MARTEDI'

Arriviamo all'aeroporto JFK di New York nel primo pomeriggio, e, dopo aver recuperato il bagaglio, attendiamo una mezz'oretta prima che l'autista dello shuttle per il nostro hotel si faccia vivo.
Questi shuttle sono furgoncini a 8 posti guidati da autisti molto disinvolti.
Povera Carla: per il fatto che lei è più magra di me, finisce per sedersi nella fila dietro, di fianco a due mezzi obesi, col risultato che lei è quasi shpalmata sul finestrino per un viaggio di 30 minuti.
Ma anche questi mezzi non sono chissà quanto larghi....

Arrivati all'hotel, scarichiamo le valigie (meglio: ce le scaricano a terra: 4, zainetto escluso) e ci addentriamo al Bedford Hotel, sulla 40esima Strada, quasi all'angolo con Lexington Avenue.



Qui, dopo il check-in, veniamo aggrediti dal portaborse, che non vuole essere aiutato in nessun modo: le valigie deve portarle lui e ci deve accompagnare in stanza e portarci in stanza tutte le valigie. Noi non dobbiamo fare niente, se non dargli la mancia.
E ce lo so! Ma abbiamo un pezzo da 20 dollari e tre dollari sfusi. Sapendo che ogni valigia = un dollaro di mancia (almeno), gli dò una mano, almeno se gli dò tre dollari magari si offende di meno.



E arriviamo alla stanza, che il nostro "valet" ci descrive adeguatamente: "avete un frigo, un ripostiglio, un forno a microonde per scaldare i cibi e un bagno!".
Tutto in 10 metri quadrati, escluso il bagno (2 metri scarsi in più).
"Meglio l'Americania a San Francisco" - dice Carla - "o il Pines Motel a Bryce Canyon".
"Carla, meglio qualunque altro hotel: questo è un buchetto, ed è il più costoso di tutti, pensa" replico io.

Ve lo dico quanto abbiamo speso a notte? Ve lo lascio immaginare dandovi una statistica: ogni hotel a New York ha le camere che vengono date a un prezzo medio di $250 a notte, senza colazione.
Bello, eh?

Ci siamo rinfrescati un pò e siamo quindi usciti subito: con mia sorpresa e quella di Carla, siamo molto vicini al Chrysler Building, praticamente di fianco.
Che bello che è! La storia narra che il suo progettista (che di cognome fa Van Alen, fai te!) lo fece costruire nei primissimi anni '30, facendo costruire una calotta di acciaio alta 60 metri in un altra località segreta. A palazzo ultimato, questa guglia (chiamata "Vertex") venne calata sopra il tetto, lasciando con le pive nel sacco un altro progettista che stava costruendo quello che doveva essere il grattacielo più alto, in Wall Street.
Tuttavia, dopo pochi mesi, nacque l'Empire State Building che, fino al 1971, rappresentava la vetta artificiale più alta di New York (e, putroppo, sette anni fa lo è ridiventata).

Giriamo un pò spaesati per le prime vie, imboccando Lexington Avenue per approciare meglio la città.
E, praticamente, fu subito Quinta! La famosa Quinta Avenue, con tutti i suoi negozi (c'è anche Tiffany, vicino Central Park) era il sogno di Carla: sogno esaudito.
Io seguo diligentemente mia moglie cercando uno spunto per fare un pò di spirito (ne trovo a bizzeffe): questa città opulenta offre di tutto, quasi come Las Vegas, solo che quest'ultima è dichiaratamente sfacciata, mentre New York un pò di classe ancora la conserva.
Ma bisognerebbe togliere quel negozio di Abercrombie & Fitch da lì (questa è opinione personale di Frank): questo negozio è una fetta di Milano in una città che offre moooolto più di Milano, una città dove vive gente abituata ad avere dei servizi che funzionano, gente che mette le scarpe da ginnastica sotto il tailleur per andare a lavorare a piedi, portandosi le VERE scarpe da tailleur in borsa per poi calzarle in ufficio.
Dicevamo di negozi come questo: Carla ci è entrata due volte, io ci sono stato dentro 5-8 minuti poi sono uscito (la musica dentro è alta come in discoteca) poi sono uscito ad aspettarla, e osservavo. All'ingresso, c'ìè sempre un modello a torso nudo che si offre per le foto con le visitatrici, altri due ragazzoni più all'esterno ballano come si ballerebbe in una qualunque discoteca della provincia lombarda. E il mio pensiero è: se sono arrivato a New York per "gustarmi" queste cose, le osservo da fuori e poi le scrivo sul blog. E, possibilmente, divento impopolare: sì, perchè vedo questo modo di vendere la moda da troppo tempo ormai, e lo trovo finto, grottesco e molto scontato. Ma c'è, quindi si accetta così come viene...

Facciamo anche un salto all'autoprocloamato "negozio più grande del mondo", ossia Macy's.
Il concetto di Centro Commerciale qui è evoluto: il Centro Commerciale è la strada, dove si trova tutto, e i negozi multipiano come questi somigliano tutti a La Rinascente, dove per ogni piano si trova una cosa specifica (arredamento casa, abbigliamento uomo, donna, bambino, etc...).
Ci sono "stores" che hanno molti piani, e in cima hanno un ristorante. Sì, lo so che anche al Rinascentre in Duomo lo ha: ma su entrambi i lati est e ovest? Non mi sembra...



In serata abbiamo mangiato in un "deli" come ne esistono tanti in questa città: una sorta di buffet restaurant dove si può scegliere cosa mangiare tra primi, secondi, contorni, dolce e frutta.
In pratica, si prendono delle vaschette di plastica, si riempiono con ciò che si vuole, si va alla cassa, pesano il tutto e paghi.
Più semplice del primo, secondo con contorno, dolce ed eventualmente frutta e caffè 18 euro (dolce e frutta esclusi), non trovate?
Dopo aver apposto il tutto su un vassoio, ti accomodi al piano superiore per gustare con comodo il pasto. Nella sala dove ci siamo messi c'erano alcuni poliziotti, ai quali si sono aggiunti altri colleghi in seguito, che guardavano la TV.

L'unica cautela che bisogna osservare in posti come questi è quella di non farsi guidare dall'istinto famelico prima di mangiare: l'istinto ti fa mettere sul piatto cibi che non si armonizzano bene, e si rischia di rimanere pieni neanche a metà cena/pranzo.

Ad ogni modo, per fortuna poi si cammina un pò: siamo arrivati fino all'albergo passeggiando, poi siamo caduti sul letto, stremati da una giornata dove l'orario si è spostato in avanti di 3 ore e dove, praticamente, quasi non abbiamo chiuso occhio.

mercoledì 8 ottobre 2008

In aereo verso NY

Il nostro aereo è partito in orario perfetto, alle 06:50 del 7 Ottobre, martedì.
E ci ha messo 5 ore e 15 minuti da Los Angeles a New York City, JFK International Airport.
Ci ha portati verso un fuso orario di 6 ore anzichè di 9 rispetto l'Italia.

L'aereo non era pieno zeppo, e questo ha fatto in modo che qualcuno potesse sdraiarsi su tre sedili per dormire.
In più, ogni singolo posto a sedere aveva di fronte a sè un monitorino a colori LCD touchscreen, incastonato nello schienale del sedile seguente.
Questi monitor proponevano alcuni servizi gratuiti, altri a pagamento.
Per esempio, la mappa di volo con tutte le statistiche (temperatura esterna, velocità di viaggio, etc..) oppure films (Iron Man e altri) da seguire con apposita cuffia.
Come negli hotel da noi visitati, alcuni di questi servizi video sono a pagamento (tipo i videogames: 5 dollari l'ora, e puoi giocare a Mario Bros sorvolando il Colorado), pagabili con carta di credito, da strisciare nell'apposita fessura posta sotto il touchscreen.

Tempo bene o male sereno su tutta l'America, da quel che si vedeva dal finestrino.
Tranne un nuvolone che ha coperto alcuni Stati da quel che possiamo riportare, ma arrivati in prossimità della East Coast americana era già sparito.

L'idea di aver fatto così tanti km in auto in un tempo relativamente breve ti dà l'impressione di essere in giro da molto più di due settimane (anzi, la prima l'abbiamo passata praticamente a San Francisco).
Ed ora siamo a piedi, e un pò dispiace: ci eravamo quasi affezionati alla Mazda 6 con cambio automatico e Cruise Control. Soprattutto Frank.

Los Angeles: Broadway e Rodeo Drive

A Los Angeles non c'è tutto il fermento di San Francisco.
O meglio: c'è senz'altro un fermento, ma è diverso da San Francisco.
Ok, c'è Hollywood, c'è Beverly Hills, ma hanno un carattere molto diverso.



E poi c'è la Broadway di LA.
Frank ha deciso che meritava bene un giretto.
Carla no.
E spieghiamo perchè.

Broadway è una lunga strada, attraversata da molte culture.
Il pezzo che abbiamo visto noi viene tenuto in scacco da messicani, portoricani, sudamericani in genere, che hanno portato la loro cultura qui.



E ciò vuol dire Madonne di Guadalupe un pò dappertutto, moltissimi negozi che vendono diamanti e oro a poco prezzo, una cifra di negozietti che vendono cibi di dubbia qualità (per questo si sente un acre odore di fritto misto a qualcos'altro nella aria) e tanti negozi di vestiario, da quelli normali a quelli sopra le righe (ho visto scarpe viola molto eleganti e altro vestiario vistoso, merce indirizzata soprattutto ai gangsters di quartiere).
Io ci ho visto la forte passione latina, in tutto ciò, messa in qualsiasi cosa.
Carla NON ci ha visto quello che voleva vedere: Rodeo Drive!

Però siamo entrati in un negozio che vendeva Levi's a mani vuote e ne siamo usciti con un sacco in mano, forti di uno sconto alla cassa (grazie alla nostra simpatia e, soprattutto, alla madrelingua di Carla).
Lì l'ho vista sorridere un pò.

Ma i 32 denti di Carla sono usciti a Rodeo Drive, in Beverly Hills, distretto di lusso di Los Angeles.
Rodeo Drive inizia da un punto in cui, per circa un km, si viaggia in un viale alberato e ai lati ci sono villini che caspiterina che villini!
"Ma non è questa la Rodeo Drive in cui dobbiamo andare...!" si lamenta Carla.
Frank, sicuro di se, le indica con le grandi dita della sua mano i cartelli che recitano "Beverly Hills - Rodeo Drive" e prosegue nella guida.
Ad un certo punto si arriva a un incrocio con semaforo.
"E ora??" continua Carla.
Ci troviamo ad un incrocio dove si può andare a destra (non c'è scritto Rodeo però), a sinistra (neanche qui) ma si può fare un piccolo sbisciolamento in mezzo all'incrocio ed entrare in una via in cui, apparentemente, non si può entrare: ma c'è scritto VIA RODEO!
Evvai che ci siamo!
Frank trova persino il posto per l'auto a inizio via, col parcometro: ci inseriamo qualche moneta e iniziamo il tour di questa "ricca e famosa" strada.



Noi a Milano abbiamo Via della Spiga, che comunque è più piccola.
C'è anche Via Montenapoleaone, ma non è così grande.

Rodeo Drive non è neanche lunghissima, ma è larga; una via americana a doppia corsia, normale, con spartitraffico di palme e fiori nel mezzo.



E offre molti negozi dai nomi italiani (la grande percentuale): Ermellino Zegna, Domenico Vacca (qualcuno sa dirmi se è famoso?), Gianfranco Ferrè, Emporio Armani, ecc...ecc....eccc...; in più i vari Louis Vuitton, Ralph Lauren e pochi altri stranieri.
Visto che il dollaro è ancora debole sull'Euro, fare i conti circa la convenienza è un attimo: ma il primo negozio che abbiamo incontrato (con nome italiano, Bernini - ma non lo stesso Bernini che c'è in Corso Buenos Ayres) aveva sconti e ribassi fino al 70%. FINO al 70%: ma la merce che abbiamo visto sarà stata scontata dello 0,15%.
Perchè le giacche andavano da 5000 a 8000 dollari (solo la giacca) e i giubbotti non parliamone; abbiamo notato un grande negozio VUOTO e il commesso con un'aria non soddisfatta in viso.



Proseguendo sul cammino....cosa vuoi...le solite boutique che trovi a Milano (ma quel Domenico Vacca ha fatto molto ridere Frank: e i suoi negozi sono addirittura due), niente di chè. A Frank queste cose hanno stancato da tempo, a Carla no, perchè lei ha il gusto sopraffino e per questi negozi cammina come un gattino.

Finita anche questa giornata, riprendiamo la macchina e ci avviamo verso l'aeroporto, ossia verso il nostro hotel, ma anche vicino alla Hertz, alla quale dobbiamo riconsegnare l'auto: qui sono molto gentili, ci fanno riconsegnare l'auto guidandoci come se fossimo piloti di un aereo verso una corsia dove la lasceremo e ci dicono che se vogliamo un passaggio all'hotel c'è l'autista apposta per noi (vero, ma dopo 15 minuti).
Ad ogni modo, una foto di congedo all'auto è d'obbligo: la Mazda 6 targata 6DOP025 ci ha portato in giro per quattro Stati, facendoci totalizzare la bellezza di 2.413,17 miglia (3.861 km).



Ritorniamo in hotel e ceniamo, quindi a letto presto: il giorno seguente è prevista sveglia prestissimo e aereo alle 6,50 per New York!
Volete venire con noi?

Seguiteci anche qui, allora: a presto!

lunedì 6 ottobre 2008

Going back to Cali

Abbiamo passato la notte in un hotel della catena La Quinta, che qui in USA è famosa, in quel di Scottsdale, a poche miglia da Phoenix.
E abbiamo appurato quanto sia facile l'utilizzo delle lavatrici comuni negli hotel ("guest laundry", lavanderia degli ospiti). 45 minuti per lavare le nostre cose, 6o minuti per asciugarle nell'apposito asciugabiancheria (un cestello di lavatrice che però funziona con l'aria calda anzichè con l'acqua).

Di fronte al hotel, dal lato opposto della strada, c'era un grande negozio chiamato Barnes & Noble: è una nota libreria (ha più negozi) dove compreresti quasi tutto.
In più, all'interno, l'onnipresente Starbucks.
Ci siamo trattenuti circa 40 minuti lì, poi siamo andati a dormire (il posto chiudeva alle 23).

Il giorno dopo siamo ripartiti alla volta di Palm Springs, località di villeggiatura con molte palme, e sede di vacanza (con "casettine" di proprietà) di Frank Sinatra, Elvis Presley e altri.



Come al solito, programmiamo il navigatore in auto per sapere quanti km ci saranno da fare il giorno successivo, e a Scottsdale gli abbiamo chiesto: "Scusa, per Palm Springs?" - il monitorino ci ha tramortito: 420 Km.
Lo spostamento più lungo di tutto il percorso (la media precedente era sempre sui 260-300 km al dì, a volte meno).
Partiti al mattino, siamo arrivati a Palm Springs al pomeriggio.
Ma, sapete come siamo fatti, non ci facciamo mancare nulla, proprio come i californiani: sulla strada ci siamo fermati a mangiare in un paesino fuori dall'autostrada, in cui abbiamo trovato un ristorante a buffet ("abbuffè" bisognerebbe dire).
Menù simile ai giorni scorsi: bisteccona con patatine, per Frank una birra, per Carla acqua naturale, che viene servita appena ci si siede a tavola in bicchiere ricolmo di ghiaccio, senza chiederla: è un omaggio. In quasi la totalità dei ristoranti.
Dopo un'ora circa si riparte: questi pranzi non sono leggerissimi, e Frank finora grandi problemi di guida dopo pasto non li ha mai avuti, ma stavolta sì. Carla, che non guida, si addormenta tranquillamente, Frank non può.
Ma stavolta lo ha fatto: è uscito dall'autostrada ed è crollato mezz'ora netta in auto, parcheggiata vicino a un albero che non offriva zone d'ombra, all'interno di un'area di servizio con due punti di ristoro e un benzinaio.
Al risveglio (del solo Frank, che non nse poteva più di fare la lucertola sotto il sole cocente in auto), ci si addentra nel posto di ristoro più vicino tra i due, e si scopre che il posto in questione esiste da 75 anni ed è gestito da una famiglia probabilmente messicana visto il nome: Chiriaco.



Qui è Frank lucertola che scrive.

Mi sono preso un caffè (come al solito bollentissimo e inefficace per i nervi) e mi sono fatto un giretto all'esterno del locale.
Avevo notato, all'interno, una macchina con un gioco a monete per bambini (tipo flipper, ma mooooolto più elementare), che secondo me risale agli anni '30, ed era ancora funzionante.
Fuori dal locale, dismessa in un angolo, una vecchia macchina distributrice di sigarette, anch'essa con parecchi anni addosso (direi, appunto, 70): è una di quelle con uno specchio davanti, cosicchè gli avventori che usufruivano di questa macchina, si guardavano allo specchio e si chiedevano "Che fai, fumi?". Intorno a essa, tavolini in un'ampia porzione del cortiletto fuori da questo simpatico locale, e a terra un gatto nero che dorme. Lo chiami e dorme. Lo accarezzi e non apre gli occhi nè si muove. Immobile. Una signora passa di lì e mi chiede se per caso il gatto sta dormendo: le rispondo di sì, è solo "very lazy", molto pigro. Infatti, ogni tanto muove le zampe per accucciarsi meglio, ma di aprire gli occhi o cambiare posizione non se ne parla.
Lo posso capire: siamo in mezzo al deserto, letteralmente.
E fa caldo, molto.

Ritornndo all'interno del locale, noto ancora una cosa molto comune in USA: gadget personalizzati del locale. Questo posto si chiama Chiriaco Summit, e quindi magliette, borse, magneti per frigo, adesivi e quant'altro targati Chiriaco Summit.
Questa cosa si nota in molti posti, dal ristorante al semplice bar.
Io stesso mi sono comprato una maglietta del Thunderbird Restaurant vicino al Bryce Canyon perchè il design del logo stampato su essa mi piaceva particolarmente!

Dopo la sosta, ripartiamo, ed entriamo dopo poco in California , ancora una volta.
Sulla strada per Palm Springs incontriamo una cittadina dal nome Coachella, famosa perchè in essa si tiene, ogni anno, un festival musicale di proporzioni gigantesche, con molti gruppi provenienti da ogni angolo di mondo.



Ci fermiamo a vedere com'è: un vento micidiale ci fa quasi desistere, ma alla fine ci addentriamo in un'area ove è posto il "visitors center", e lo visitiamo.
Non vediamo granchè: Coachella ci sembra una grande strada con un palazzo congressi, un'area di servizio e poche altre cose. E molto vento.
Non indaghiamo perchè siamo ancora in dirittura d'arrivo per Palm Springs, e questa deviazione non ci è costata nulla, per cui ci riavviamo.
Nel pomeriggio inoltrato arriviamo a destinazione: molte palme (ma và?) ma soprattutto i nomi delle strade, che spesso sono intitolate a famosi divi dello spettacolo (Bob Hope Drive, Frank Sinatra avenue, Gene Autry Drive - quest'ultimo nome è legato alla musica country americana degli anni '40, uno che era molto importante allora) e altre su questo stile, sebbene non solo così; molte altre vie, infatti, hanno nomi sudamericani.



A Palm Springs risiediamo in un hotel chiamato Best Western Inn (una ben nota catena): offre piscina riscaldata, lavanderia e altri servizi accessori.
Non andiamo in piscina, andiamo in downtown!
Ma dopo esserci messi un pò in ordine: doccia, vestiti puliti e via!
Sono le 22,15: arriviamo e i locali sono chiusi o stanno chiudendo.
E' sabato sera: Carla voleva prendersi un gelato ma... "Sorry, we're closing!".
Nemmeno alle 23 quasi tutti gli esercizi erano chiusi: bella roba, al sabato, in una località di villeggiatura, non trovate?
E non abbiamo ancora cenato: il rischio di andare a letto senza cena è alto e tangibile.
Finchè non veniamo attratti da un ristorante chiamato "Tuscan Grill": avete indovinato, un ristorante italiano!

Entriamo sempre più incuriositi (e affamati) e ci dicono che è aperta l'area lounge per bere qualcosa. Ma noi abbiamo fame, e lo facciamo elegantemente presente.
"Ok, vi possiamo fare poche cose, ma non preoccupatevi: entrate" - ce lo dicono in americano, ovviamente, ma non ci lasciamo sfuggire l'invito.
Ci sediamo e chi si occupa di noi è un ragazzo albanese chiamato Julian, che ha abitato in Italia per qualche tempo e sa parlare un pò di italiano grazie ai cartoni animati trasmessi in TV (Tom & Jerry, che non parlano: ma ce lo ha detto lui, ci fidiamo).
Julian ci prende in simpatia e ogni tanto si sofferma con noi a parlare ("Non mi piace Renato Zero perchè è noioso, ma mi piace Celentano perchè è simpatico, ha fatto anche un film con Ornella Muti" ci dice), e devo dire che tratta i clienti con grande professionalità e maestrìa: del resto qui in USA è così, o ti impegni o vai da un'altra parte.

A questo punto farei un'escursione nei luoghi comuni che caratterizzano l'Italia al di fuori dell'Itaia.
Io (Frank) ho ordinato una pizza con i funghi specificando che assolutamente non ci volevo cipolle e aglio (altrimenti, queste cose qui te le mettono a iosa dappertutto), mentre Carla ha ordinato un piatto di carpaccio rucola e grana e verdure grigliate.
Tutto ok in queste portate, ad un certo punto Julian ci ha portato del Parmigiano grattuggiato e ce me ha messi due cucchianini in due piattini che noi avevamo di fianco al piatto principale, sempre con fare da grande esperto.
Non so cosa c'entri con la pizza e con le verdure grigliate, ma probabilmente faceva tanto "Italia"....boh?!??!
Poi ci ha portato aceto balsamico e olio speziato: tutte queste cose quando eravamo a metà cena, quasi sul finire della stessa.
Lì ho pensato: "Sarà mai che pensano che in Italia queste cose avvengono realmente?".

Ad ogni modo, cena sublime (nonostante l'orario) e ringraziamenti, specialmente a Julian che è un bravo ragazzo e ci ha trattato con tutti i riguardi ("ringraziamenti" da queste parti vuol dire "tip", "gratuity", ossia mancia),. quindi in hotel.

Il giorno seguente decidiamo di partire per Los Angeles abbastanza presto (180 km).
Quindi prendiamo la strada per L.A. e,sulla strada, notiamo le insegne stradali che portano a Pasadena.
Perchè Pasadena?
Perchè fu qui che i Depeche Mode tennero un glorioso concerto da sold-out , dal quale fu tratto un doppio LP ("101") e un film-documentario con lo stesso titolo: al Rose Bowl Stadium di Pasadena, uno dei tanti luoghi che rappresentano un pellegrinaggio-tipo per questa band di culto.



Quindi deviamo dall' autostrada per Los Angeles e immettiamo le coordinate nel navigatore.
Arriviamo, senza volerlo, dritti dritti al Rose Bowl!

Tutto questo per fare una manciata di fotografie!

Fattò ciò, ci rimettiamo in strada e scopriamo con felicità che abbiamo solo 12 km da fare per arrivare a LA: andiamo subito in Hollywood quindi, a vedere un posto che per Frank è un altro punto-mecca: Amoeba Music.



Sì, lo so che state pensando "Ma ci sei già andato a San Francisco!".
Ebbene, Amoeba Music è per un amante della musica registrata quello che New York è per un amante dello shopping: un paradiso.



Un negozio enorme, suddiviso in più sezioni specializzate, dove è possibile trovare tutto quel che riguarda la musica internazionale, a prezzi molto spesso vantaggiosi.
E se il paradiso lo vedi due volte, male non fa. Eventualmente, fa male al portafoglio. Ma nemmeno tanto, visto che qui c'è una larga sezione di dischi usati.



Io (Frank) mi ci tuffo a pesce e ne esco dopo un'ora con un cestello di CD in mano.
Carla, dapprima titubante, esce anch'essa con i suoi trofei (i due albums di un gruppo chiamato Nouvelle Vague): spendiamo un equivalente in euro piuttosto ragionevole, ma da Amoeba ci fanno sentire bene ci riempiono di adesivi e spillette del negozio, in omaggio!

Dopo questa esperienza, ci addentriamo in Hollywood per assaporarla: già notiamo su una strada la presenza di Batman e Robin, Dart Vader, Cat Woman, Wolverine e Joker tutti insieme appassionatamente che intrattengono i passanti di Hollywood Boulevard.



Poi troviamo un parcheggio e ci infiliamo nel vivo: siamo sulla "Walk Of Fame", di fronte a noi una strada mediamente trafficata che, verso l'imbrunire, offre lo spettacolo di tutte le luci dei cinema e dei teatri accese, più i vari negozi e ristoranti che vengono presi d'assalto a una certa ora.





La "Walk Of Fame", lo sapete, è la passeggiata sopra le stelle che portano i nomi di vari personaggi che hanno contribuito a far grande il mondo dello spettacolo.
Io, che sono amante della serie "Ai Confini Della Realtà" da sempre, mi ritrovo, senza volerlo, davanti alla stella che celebra Rod Serling, l'ideatore della serie: un segno del destino.
Ma il destino non esiste, me tapino.
Ci penserò su domani mattino.
Nel frattempo mi faccio un cappuccino.

Ah, volete sapere dove abbiamo cenato?
In un ristorante poco lontano da dove abbiamo visto tutti quei personaggi (Batmn, etc...): un ristorante GIAPPONESE. Se sbagli a ordinare ti portano sushi e sashimi "all'americana", con tutte le loro salse piccanti e semi piccanti rovesciate sopra.
E se non lo specifichi, ti portano una bottiglia da 633ml di birra, anzichè una normale, quando ordini "Beer, please!".
La giornata finisce così: con i nostri che ritornano verso l'hotel (a pochi passi dall'aeroporto di LA) e che subiscono uno spostamento in un altro hotel poco lontano, allo stesso prezzo: dormiamo al Crowne Plaza anzichè al Holiday Inn (ci è andata di lusso), causa lavori in corso di quest'ultimo, e conseguente indisponibilità per alcune camere, tra le quali la nostra.

Notare che al Crowne Plaza, se vuoi l'acqua tramite distributore automatico, la puoi pagare solo con carta di credito. E' come dice Carla: se negli USA non hai la carta di credito, non sei nessuno.



Il giorno seguente è prevista una visita in Rodeo Drive, a Beverly Hills: rimanete sintonizzati su queste frequenze, che poi vi raccontiamo.

sabato 4 ottobre 2008

Un pò di foto qua e là

Salve a tutti.
Rimasti a Las Vegas?
Bella, vero...?

Beh, Las Vegas per noi è già acqua e strada passata: vi scriviamo da Phoenix, ora.
Anzi, da Scottsdale, che è a 30 Km a sud di Phoenix.
In questi giorni abbiamo viaggiato, sia su ruote che su gambe: e siamo ancora vivi!
Prova ne è questo blog.
Perchè, ad esempio, scendere a piedi nell'Anfiteatro del Bryce Canyon è un attimo, ma risalirlo non è una cosuccia da nulla.

Ma andiamo con ordine.



LAS VEGAS FOLIES

Avevamo accennato a un negozio dedicato agli M&Ms, che abbiamo trovato sulla "Strip".

Incredibile: 3 piani 3 di oggettistica, magliette, adesivi, un'automobile, gioielli con veri cristalli Swarovsky, penne e tutto ciò che vi viene in mente dedicato a questi cioccolatini con la mandorla in mezzo. Certo, gli Smarties non hanno vita facile in questa città!
Ma quello di cui ci siamo meravigliati è scoprire che gli M&Ms non sono nati negli anni '80 (che balubba che siamo!), bensì nel 1954!



Avete letto bene: sono 54 anni che esistono gli M&Ms. O, almeno, così ci stanno dicendo.
E tutto ciò merita, giustamente, un riconoscimento come questo negozio.
Tra i vari articoli in vendita, chiaramente ci sono anche loro: i cioccolatini.
Che qui si possono acquistare a peso, servendosi presso alte colonne messe una in fianco all'altra (saranno 25) con tutti i colori e le tipologie di M&Ms.
Ma a peso vanno più care, meglio prenderle già confezionate....



IN VOLO VERSO IL GRAND CANYON

Da Vegas siamo partiti per il Grand Canyon Tour: un volo in elicottero sopra il Canyon!
Che immagini stupefacenti!
E la prima volta in elicottero!...
Il Grand Canyon ha una storia millenaria, e ha un fascino unico.
Poi vedi il Bryce Canyon e dici "Molto bello anche questo!".
Poi ci sono altri canyons da vedere: l'Arizona è la terra dei canyon, poi ci fai il callo e li vedi con altri occhi, dopo cinque giorni in giro per i canyon.

Quindi preferiamo mandarvi una foto del famoso fiume Colorado, scattata dall'aereo che ci ha portato da Las Vegas al Grand Canyon Airport.



Fiume che abbiamo incontrato in seguito, quando ci siamo spostati con l'auto dal Nevada verso l'Arizona.
P.S.: non vi diciamo quanti sono i "gift shop", i negozi che vendono souvenirs da queste parti: un casino!



CUCINA AMERICANA

La cucina americana ha alcuni punti fermi: tanto ghiaccio nei bicchieri di acqua che ti vengono serviti automaticamente appena ti siedi a un tavolo per mangiare, odori di fritto misti a profumo di dolce (tipo torte) che fanno andare in tilt i sensi (specie quando si ha fame), una discreta varietà culinaria (bistecca, hamburger, tortillas, hamburger, panini, hamburgers, carne in tutte le salse - letteralmente), le attese.
Attese??..
Sì: in quasi tutti i locali (ristoranti, steak-house, etc...) appena si entra ci si imbatte in un cartello: "Wait to be seated" ("Attendere per essere accomodati").
Quindi, anzichè prendere posto autonomamente, bisogna essere scortati al tavolo da colui/colei che si occuperà di noi.
Al momento di ordinare bisogna fare attenzione a qualche particolare: ad esempio come me odiate aglio e cipolla? Ditelo! Se non lo dite, anche se non è presente nel menù, ve lo nascondono nel piatto che mangerete, pensando di fare un servizio gradito al cliente.
Stessa cosa dicasi per le salse: se non dite null'altro dopo aver ordinato una "T-Bone steak" (bistecca con l'osso) è molto probabile che la stessa vi arrivi accompagnata da salse di dubbio gusto.
Dubbio gusto per il nostro palato, ovviamente: "de gustibus li mortaccis lorus", come si dice, no..?

Andando verso Bryce Canyon ci siamo imbattuti in questo tipico posto di ristoro americano: il "Thunderbird Restaurant", dall'aria vagamente retrò.



Specialità del posto: le torte fatte in casa (come quasi la metà dei posti come questo in USA, dal Maine al Texas).
Visto che Frank non ha molta fame, pensa di prendere un caffè e una fetta di queste torte (non pensate male: sto mangiando molto peggio di così, Nota di Frank).
Attesa per essere accomodati: 5 minuti (e poi arriva una ragazza dall'aria svogliata che ci fa accomodare).
Tempo di attesa per due cose in croce che abbiamo chiesto: 20 minuti.
Contando che c'erano circa 20 persone in tutto nel locale, può anche starci.
Ma almeno il menù portalo subito, così guadagni tempo, no?
No.
E poi vuoi anche la mancia.
Vabbò.
La torta era buona, ma non "chissà-cosa": più belle le magliette del locale, che recano un bel logo vintage. Presa una per Frank.

Poi siamo andati verso un motel chiamato "Bryce Canyon Pines Motel", che dal ristorante dista circa 100 km: abbiamo cambiato stato, e dal Nevada siamo passati allo Utah, un posto per veri cowboys.
Qui fa buio presto, generalmente: alle 18:40 già è buio (e qui siamo un'ora avanti rispetto a qualche km fa), e la sensazione di arrivare tardi è ormai un'abitudine.
Non è tanto un'abitudine il fermarsi dopo una giornata alla guida, uscire dalla stanza del motel per fumarsi una sigaretta, e scoprire che siamo come isolati da tutto: è buio, un cielo di stelle ti circonda e ogni tanto passa una macchina. Ma è assoluto silenzio: parla la natura.
Ecco, questo nelle città che abitiamo non c'è, ed è assai gradevole.



NELL' ANFITEATRO DEL BRYCE CANYON



Passata la notte, ripartiamo dal nostro hotel/motel di turno dopo aver messo insieme tutte le nostre povere cose.
Direzione: il Bryce Canyon, un posto (come tanti altri) che è il fulcro di tutto un circondario, solitamente una Foresta Nazionale, dove per entrare in auto (anche solo per passare senza fermarsi) si paga dai 2o ai 25 dollari.
Essendo intenzionati a vedere qualcosa, ci addentriamo in questa zona, che èanche territorio Navajo come altre zone che vedremo in futuro.
Le viste dai "view points" sono magnifiche, e questi punti di ammirazione sono stati ben studiati per offrire il meglio ai visitatori.
In un punto chiamato "Bryce Canyon Amphithheatre" è addirittura possibile scendere, addentrandosì così nel canyon vero e proprio.
Scendiamo.
E scendiamo, scendiamo, scendiamo ripidamente, mentre si fa una foto lì, un'altra là, etc...
Tutto molto bello.
Ma poi bisogna tornare su.
Mezz'ora di salita con una pendenza considerevole ha fatto in modo di farci dire "Non siamo allenati". Poi queste cose condizionano inconsciamente, e gli altri canyon li vedi dai punti di osservazione e basta. Anche se ci fosse la possibilità di scendere.

Dopo il Bryce, uscendo dalla Bryce National Forest, abbiamo incontrato un agglomerato di locali dove si poteva acquistare souvenirs e mangiare. Abbiamo mangiato a buffet (buono) e poi siamo andati a farci un giro dall'altro lato della strada, in un posto che vorrebbe essere la vecchia cittadina western di Bryce: qui incontriamo subito dei cavalli in un recinto.



Eravamo curiosi, e un cowboy ci adocchia e ci fa segno di entrare nel recinto, per guardare i cavalli da vicino: il cavallo preferito di questo cowboy si chiama "Dollar" e mangia le carote dalla bocca del padrone, e dalle mani di Carla.



Tutto molto country, bisogna ammettere..


Un giorno per fare queste escursioni non è molto, considerando che la media giornaliera in auto è di 260-300 km, da farsi rispettando i limiti imposti di velocità (la media in autostrada è di 65 miglia orarie, poco meno di 110 km/h), e gli altri alberghi ci aspettano.
Inoltre per strada a volte ci fermiamo per fare benzina, ma stiamo fermi anche 20 minuti.
Ma non ci lamentiamo e proseguiamo...



STATISTIC POINT

Abbiamo fatto un calcolo: fino ad oggi, giovedì 3 ottobre, abbiamo percorso 1600 miglia (2560 km) con 240 dollari di benzina (circa 180 euro): qui si lamentano perchè di recente il prezzo della benzina è stato lievemente ritoccato.
Beh: sono invidioso di questo stato di cose, ad ogni modo.
Tu che leggi, quanti km fai con 180 euro di benzina, in Italia?

>Frank< PAGE, ARIZONA

Dallo Utah ripartiamo ed arriviamo in Arizona (l'orologio torna all'orario di Las Vegas).
E arriviamo a Page, piccola cittadina fondata nel 1957 vicino al Lake Powell, che abbiamo visto in volo verso il Grand Canyon.
Ciò che è più curioso da vedere qui è un canyon che le agenzie di viaggio solitamente non menzionano: l'Antelope Canyon.
Detto anche il "Secret Canyon" viene gestito completamente dagli indiani Navajo, che organizzano mini tours a bordo di RVs, che attraversano una fetta di deserto per arrivarci.
La cosa è organizzata in questo modo: si pagano 6 dollari a testa per entrare nel parcheggio auto ("tassa per il territorio indiano"), dopodichè si pagano altri 25 dollari a testa per visitare il canyon.

Ci viene detto che saremo "imbarcati" fra un'ora, quindi ci facciamo un giro nelle vicinanze,e scopriamo che esiste anche il "Lower Antelope Canyon", che è gestito anche qui dai navajo, e prevede un'escursione a piedi guidata da un esperto, al costo di 20 Euro a persona.
Mentre vediamo che un gruppo di escursionisti parte alla volta di questa parte di Antelope guidata da un indiano con chitarra in mano, notiamo una cosa: nel "Lower", 11 anni fa, 11 persone hanno perso la vita a causa di un "Flash flood". C'è una targa commemorativa piuttosto grande a renderlo noto.
Ci viene detto poi da degli escursionisti di ritorno (italiani) che questo "flash flood" è un'inondazione improvvisa. E quelle persone non sono riuscite a scappare.



Ritorniamo al nostro punto di partenza dopo 30 minuti di sole a picco sulle nostre teste.
Gli autisti cominciano a chiamare i nomi per i prossimi viaggi: si formano quindi gruppi di 12 turisti per ogni mezzo, poi ci viene detto di salire sui jeeponi e si parte: il tratto desertico offre spunti interessanti, soprattutto alle sospensioni di questi veicoli, che sono a prova di deserto (con un'auto venire qui è impossibile) e mettono a prova di deserto anche i turisti, che sobbalzano spaventosamente ad ogni buca sui loro sedili.
Arrivati, dopo 10 minuti, a questo canyon segreto, è magia: sarebbe più magico arrivarci in pochi anzichè in 36 alla volta con 36 macchine fotografiche che scattano foto di continuo.





Queste rocce hanno dello straordinario: isolate nel deserto, sono plasmate in modo del tutto differente dalle altre che abbiamo finora visto. Sembrano modellate dal vento.
E le guide (quelli che guidano gli RVs - i jeeponi, per farl facile) ci spiegano alcune brevi storie su questo posto, ci aiutano a trovare i punti migliori per scattare le foto, alcuni si imboscano e vanno a suonare il flauto dietro una roccia per creare un'atmosfera (quasi come il Vecchia Romagna, ma questo è il Vecchio West). E lo fanno con apparente entusiasmo.

Dopo un'ora ci riportano indietro, e fanno capire ai clienti, attraverso adesivi posti sui lati dei jeeponi, che le mance sono benvenute.



Esperienza interessante.



VERSO LA ROUTE 66



Il giorno seguente (Venerdì 3 Ottobre) si riparte alla volta di Scottsdale.
Ma prima ci fermiamo a Flagstaff, dove passa, in teoria, la famosa Route 66.
Diciamo in teoria, perchè sulle cartine dell'Arizona, la Route 66 è chiaramente segnata dopo Flagstaff, a Ovest verso la California, ma solo per un tratto (in origine era la strada che collegava Chicago a Los Angeles, ma è stata dismessa nel 1985 ed è diventata un'altra strada, con nome diverso).



Tuttavia, esistono varie associazioni che sostengono il nome di questa "mother road", ed esistono anche molti esercizi commerciali che si sono appoggiati alla fama di questa strada per vivere.
Quindi, arrivati a Flagstaff, ci immettiamo in una strada molto trafficata, che capiamo poi essere la "Historic Route 66", ossia la vecchia Strada Maestra!
Ne percorriamo 2 miglia da nord a sud e da sud a nord.
Poi entriamo in Downtown Flagstaff (la "downtown" solitamente è la parte più interessante di una città), parcheggiamo l'auto e andiamo in giro a piedi: Flagstaff è molto americana, ma anche molto pittoresca, ed è un piacere percorrerla sui marciapiedi.
Gira che ti rigira, arriviamo ad aver fame, ed entriamo in locale situato all'interno di un vecchio albergo del 1887 (il Weatherford Hotel) chiamato "Charly's".
Charly's ha una discreta selezione di birre d'importazione, e a Frank va bene, quindi ci sediamo.
Menù: burgers, tortillas e carne alla griglia (che servono dalle 17 in poi, e ora è mezzogiorno e mezzo, mannaggia!).
Carla opta per un burger, Frank va per una tortilla di cui ora non ricorda il nome.
Ma c'è una foto: eccola!



E' ripiena di carne di pollo, ed è gigantesca.
E l'hamburger di Carla è mostruoso.
Per questo non ha cenato nessuno dei due la sera seguente...
Lasciamo Flagstaff e ci dirigiamo verso Scottsdale, dove il nostro albergo ci aspetta.



SCOTTSDALE, ANZI PHOENIX!



Ma prima di Scottsdale, lungo la strada c'è Phoenix, e "non sta bene andare a Scottsdale senza fare un salto a Phoenix", dice un recentissimo detto.
Arriviamo in città e parcheggiamo in quello che deve essere il centro finanziario della città: palazzi alti come la cattedrale di Colonia ci danno il benvenuto.
Tuttavia ce ne sono una decina scarsa, e sono tutti qui: Phoenix è piuttosto grande, e altri grattacieli, salvo qui, non ce ne sono.
Ci facciamo una camminata: dapprima ci facciamo un caffè da Starbucks dove Frank, all'atto di pagare, fa inavvertitamente cadere il biglietto da visita del Charly's di Flagstaff.
La commessa lo riconosce e urla: "Siete stati al Charly's??? Io ho cominciato lì a lavorare!"



Poi cerchiamo cartoline di Phoenix da un signore che gestisce una tabaccheria, ed egli ci dice di non averne.
Ma ci consiglia anche di farci un giro in Indian School Road (ci siamo passati) per vedere quella che viene denominata "Old Scottsdale": ci dice che molte abitazioni presenti su questa strada sono lì da molti decenni, rimaste immutate, ed è molto bello farci un giro.

Purtroppo è già buio e non si vede nulla, ma domani chissà, se abbiamo tempo perchè no?