Qui Frank.
E scusate se ci abbiamo messo un pò ad arrivare a questo post, ma immagino capirete: New York si vede bene camminando, e non è come Milano che in 15 minuti sei in un'altra zona.
No.
Qui sei avanti di 15 minuti sullo stesso viale/road/avenue.
Perchè questa città è gigantesca: ed è fitta di cose da vedere.
Oggi è Venerdì, domani sera saremo sull' aereo per tornare: ci credete che non abbiamo visto la Statua della Libertà, e non so se riusciremo a vederla?
Per questo, bisogna arrivare fino al New York Harbor (sul mare) e prendere poi un traghetto verso Ellis Island. Non è lunghissima, ma passa un pò la voglia, devo ammetterlo.
Capitemi.
Partirei dal giorno di oggi per andare poi a ritroso, ok?
Sabato avrà un capitolo a parte.
VENERDI'
Ci siamo alzati prima delle 9 e alle 9,10 eravamo a fare colazione in un posto piccolissimo con un solo tavolo, che stamattina era anche occupato da uno del locale che stava preparando delle confezioni di cartoncino per il negozio. Il posto in questione si chiama Magnolia Bakery, ed è in Bleeker Street, vicino a Soho (non vicino al nostro hotel, lo abbiamo raggiunto con il taxi).


Perchè siamo andati lì?
Le donne avranno già capito: perchè è un locale che compare nel famoso telefilm "Sex & The City".

Io, e penso altri uomini, queste cose continuiamo a non capirle: già non si spende poco per una colazione da Starbucks (sugli 10 dollari in 2), qui si spende un 15-20% in più.
Starbucks ha un sacco di tavoli la connessione wi-fi, tanto che al mattino non è raro trovare qualcuno col proprio laptop su un tavolo. Anzi, è la regola.
Magnolia Bakery no: non solo non ha 2 tavoli 2 (ne ha uno, quando non è occupato dal locale stesso), ma credo non abbia neanche la connessione wi-fi. Mi è sembrato uno dei tipici localini da colazione che trovavamo in California, vicino ai parchi nazionali, ma molto più piccolo.
E chi lo gestisce secondo me è anche inglese: lo si capisce dall'accento e dalla faccia.
Comunque le torte sono buone e, come dappertutto, una fettina è pure troppo.
Da lì abbiamo percorso ancora un tratto di Bleeker St. a piedi, giusto per ammirare quanto sia pittorica: quasi non sembra di essere a New York.
Poi siamo balzati su un taxi e ci siamo diretti in un grande magazzino che vende abbigliamento di marca a prezzi scontati: si chiama Century 21, ed è di fronte al sito del World Trade Center.
Questi negozi (secondo il nostro libro-guida, soprattutto questo) sono conosciuti damolti newyorkesi, e infatti sono affollati all'inverosimile: tutti i giorni sembra sia sabato, per la folla che c'è. E ci sono molte marche: quelle che vanno di più appartengono ai designer italiani ed europei (i designer americani sono un pò tamarri, vedo).
Stranamente siamo usciti dopo pochissimo: non ce la facevamo più e inoltre questi "bargains" ("affari") spesso valgono quanto li paghi, ossia poco.
Usciti da Century 21, ci ritroviamo di fronte al WTC Site: vediamo un'alta transenna da cantiere, che non fa vedere nulla se non molte ruspe che spuntano dal centro e dagli angoli di questo quartiere.

Per vedere qualcosa, ci spostiamo nella vicina Liberty Street, dove il passaggio pedonale obbligato (in mezzo a transenne costruite con tubi di ferro: insomma, è un mezzo cantiere in tutta la zona, comprensibilmente) ci porta ai bordi riparati del sito occupato una volta dalle Torri Gemelle.

Il cammino intrapreso dal negozio a qui ha osservato, da parte di tutti e due, un lungo silenzio e facce un pò scure, come se si stesse facendo visita ai propri cari al cimitero: credo che le anime ancora stiano urlando in questo posto, fuse in mezzo al cemento dei grattacieli circostanti, magari, come se quel cemento avesse un pò dell'energia delle persone che ha visto morire.

Ci fermiamo, e ossserviamo: i lavori sono iniziati da tempo all'interno di questo enorme scavo, e molti operai si danno da fare giornalmente per portare avanti i lavori affinchè si termini entro quattro anni quello che un grosso cartello in fondo al cantiere chiama World Trade Center 2012.
Sulla nostra sinistra, appesi alla rete di recinzione, alcune persone hanno lasciato dei mazzi di fiori, e molta gente guarda ciò che anche noi stiamo osservando: i lavori, in una buca quadrata gigantesca, definita ai lati da colate di cemento che ne definiscono il perimetro.
Sono turisti come noi, arrivano da molte parti del Mondo, ma hanno una cosa in comune: un'espressione triste.
Mi giro, e Carla è fissa, immobile di fronte a questa cava, si tiene alla rete di recinzione e le lacrime le scorrono lungo il viso. Ci guardiamo senza dire nulla.
Mi giro per trattenere ciò che l'emozione umana comunque causa. Ci riesco perchè mi monta una certa rabbia nel corpo: questi fatti sono successi 7 anni e 1 mese fa, e ancora il colpevole non è consegnato alla giustizia.
La mia unica consolazione è che quando uscirà questo/i colpevole/i, immagino che tutto il Mondo vorrà linciare una persona sola (o un gruppo di persone).
La logica vorrebbe che io mandassi i miei auguri per una morte istantanea ai responsabili del disastro, ma ancora non si sa se il destinatario è qui vicino o molto lontano: non c'è una certezza cristallina in proposito.
E' stata una visita dolorosa, lo ammetto, e silenziosamente ci rimettiamo in cammino per altre destinazioni.
Siamo molto vicini a Wall Street, e decidiamo di passare a dare un'occhiata: appena arriviamo in zona, notiamo subito tre furgoni di reporters televisivi parcheggiati, un sacco di gente nella strada chiamata, appunto, Wall, e vari cameramen posti un pò dappertutto, pronti a documentare.

Sono giorni strani e molto caldi da queste parti, e un pò di tensione la si può palpare, volendo.
Attraversiamo quindi la via con l'ingresso alla Borsa e ci dirigiamo verso il Toro, che è il simbolo dell'economia in crescendo (l'Orso invece indica l'economia di mercato con sinusoide calante, ma qui nessuno vuole orsi, tuttavia sembrano esserci più orsi che tori in questi giorni).

Dopo la piccola visita a Wall Street, ci fermiamo per uno spuntino: zuppa con noodles per Carla, panino con tonno per Frank.
Quanta voglia abbiamo di ritornare alle vecchie abitudini alimentari....sigh...
Andiamo avanti.
Il resto del pomeriggio lo abbiamo passato su Broadway, a piedi, dal numero 7 al 700 (una bella scarpinata, ma Broadway va molto più avanti): questa via, famosa per i teatri, oggi è piena di quegli stessi negozi presenti in Italia, misti ad altri più americani.
Il Best Buy (vorrebbe dire "prezzo migliore") mi ha un pò deluso (come prezzi).
Molti altri mi escono dalle orecchie (ossia, negozi che si trovano tranquillamente a Milano).
Altri ancora sono curiosi, perchè magari propongono cose personalizzate da artisti locali, molte volte (non sempre): tuttavia, un cavatappi pitturato diversamente, e con i gattini e i puntini, può tranquillamente stare dov'è, se costa 45 dollari: ne faccio io uno diverso, più carino, e quando mi danno 30 dollari sono soddisfatto.
Cena a Little Italy!

Prima di tutto: antipasto di salumi. Ossia: 2 fette di salame, due di prosciutto crudo, due di pancetta e 5 fettine di formaggio; questo piatto in due.
Poi fettuccine con cozze per Frank e allo scoglio per Carla.
Vino: zero.

Birra e acqua naturale, piuttosto.
Dobbiamo dire che non si è mangiato male, sebbene mancasse un pò di sale nei primi.
Dessert: non ve lo diciamo perchè ci vergognamo. Soprattutto Frank.
GIOVEDI'
Una giornata campale anche questa fu. Più che altro, pedestre.
A New York vige una regola importante: la regola del pedone.

Guai a essere autista e mettere in difficoltà un pedone: il pedone passa anche col rosso (pratica consueta), e ha sempre ragione. Anche i cartelli lo dicono.
Confortati da questa notizia, tutti si buttano in strada appena non passano auto, sia che sia verde (che poi è bianco), sia rosso.
Le auto a New York sono molte: tantissimi taxi, molti mezzi commerciali (pickup, camions della UPS, furgoni, etc...), pochissime le auto private.
Perchè il traffico in questa città è celebre: un disastro.
Un taxi chiede mediamente 10 dollari per portarti poche miglia più in là; di fatto cambi distretto, e vedi altro ad un prezzo ragionevole, che nulla ha a che vedere con i prezzi che esercitano i nostri taxisti (mi dispiace, ma è una constatazione di fatto).

Abbiamo visitato Little Italy: nel 2008, questa porzione di New York sembra quasi una caricatura di sè stessa.
Non l'abbiamo mai vista prima, ma l'impressione che si ha è questa: molti ristoranti italiani, gestiti da Italiani e non solo (un napoletano lo abbiamo incontrato - e ci siamo andati il giorno seguente, al suo ristorante, a spendere quasi 100 dollari in due) e molti "gift shops" che vendono magliette con frasi tratte da films con Pacino ("Fuck You Fuckin' Fuck" o qualcosa del genere - una bellezza, guarda) e immagini di Scarface (che è sì un film con Al Pacino, ma per chi non lo sapesse "Scarface" era il soprannome di Alfonso "Al" Capone, che aveva una cicatrice sul viso - sebbene il film con Pacino racconti la storia di Tony Montana, trafficante - remake di un film del 1932).

Insomma, a Little Italy vince l'Italia poco raccomandabile, almeno sul settore gadget.

Il cuore pulsante di questo quartiere è Mulberry Street, dove c'è praticamente tutto ciò che ho descritto e che potete immaginare.
Appena fuori da Mulberry, si arriva ad incrociare Canal Street, la via che separa l'Italia dalla Cina sul fronte quartieristico.

I cinesi sono dappertutto, e forse Ridley Scott non aveva torto quando in Blade Runner aveva immaginato una popolazione con altissima percentuale di asiatici, sebbene il film fosse ambientato a Los Angeles.
Lungo Canal Street, ancora prima di attraversarla per approdare a Chinatown (che non abbiamo visitato), ci sono molti negozietti che vendono ciarpame e bigiotteria di basso livello gestiti da asiatici. Che, con fare anche un pò invadente, vengono a proporti acquisti per strada: una signora non più giovane, ad esempio, ci è venuta incontro indossando una giacca a maniche lunghe (faceva caldo) e all'improvviso ha tirato su la manica destra, sfoggiando 5-6 orologi diversi. La cosa bella è che deve aver detto "Guardate qua che belli! Ne volete uno?", ma lo ha detto in cinese.
Carla è schifata, e affretta il passo: non per altro, ma non sono i modelli che lei predilige.
Di fianco a questa zona troviamo SoHo (SOuth HOuston), ossia la parte meridionale di una grossa strada chiamata Houston Street. Qui c'è un altro microcosmo, infestato di negozi chic (Ralph Lauren, Tommy Hilfiger, etc...) e con l'aria da "artista". Un pò come se fossimo al quartiere Isola di Milano (notoriamente una inner city, dove convivono abbastanza pacificamente diverse culture in armonia).
Come la nostra guida Lonely Planet descrive (ancora un grazie a Paul!), SoHo, come Little Italy, hanno una fama migliore rispetto al passato, grazie al fatto che anche questi due quartieri si sono uniformati all'abbondanza invadente di negozi stilistici, che fanno in modo che anche qui (come ovunque, quasi) si possa far sentire il turista a proprio agio.
Ci sentiamo a nostro agio, in effetti: ma Frank avrebbe voluto vedere la vera faccia del quartiere, a costo di ritornarci da solo.
Non per altro: Tommy Hilfiger, ad esempio, produce abiti con taglia XL che stanno bene a un cagnolino piccolo. Figuratevi cos'è la taglia S: quasi un addobbo per il portachiavi.
In serata, cena a un locale segnalato da alcuni amici di Carla, il Dallas B-B-Q.
Un postone immenso che si affaccia gradevolmente su Times Square, dove non si mangia male e i prezzi sono abbastanza popolari.

E dove, a titolo di "aperitivo", fanno dei cocktails enormi e ghiacciati: praticamente quello sarà ciò che bevi anche durante la cena, non solo come "aperitivo".

Di fronte a questo, il più grande McDonald's che abbiamo mai visto: sembra il cinema dove fanno le prime di Hollywood. Solo che qui non fanno i primi, ma solo "junk food".
MERCOLEDI'
Ci siamo spinti verso la 5^ Avenue, Broadway e Times Square, quest'ultima da vedere con la complicità della notte preferibilmente (si apprezzano meglio le luci!): questi tre "punti cardinali" in realtà distano poco dal nostro hotel, e quindi possiamo dire di aver fatto scorpacciata di Quinta Avenue.
Cosa ti colpisce di New York, a parte la frenesia cittadina?

Provate a guardare in alto: vedrete altissimi grattacieli, che le foto non sanno tradurre per efficacia visiva.

Manhattan ne è piena, alcuni normali e scontati, altri degni di nota.
Come l'Empire State Building, che optiamo per una visita passandoci di fianco.


Che ridere: la visita su questo grattacielo, leggiamo su un opuscolo mentre siamo in fila ad una coda allucinante, prevede di salire fino all'86 piano.

Chi paga di più ha un "pass" speciale che ti permette di eludere la coda, e se sganci un altro pò di dollari arrivi fino al 102esimo piano!
Ma che c'è al 102esimo piano? Vai a vedere da vicino il pennone? Mah...


All'esaurirsi della coda, ad ogni modo, riusciamo ad arrivare alla biglietteria: 19 dollari cadauno, e se vuoi il programma souvenir sono altri 8 dollari. Il programma souvenir è un cartoncino che, aprendolo, mostra tutta la mappa di New York a "pop-up" (apri e salta fuori la cartina), e ti permette di capire in che posizione ti trovi (Est, Ovest, Sud, Nord) rispetto a ciò che vedi.
Idea geniale.
Questa cartina serve soprattutto all'86esimo piano.

Un'altra coda ci porta verso gli ascensori: ascensori capaci (8-9 persone alla vola) e telecomandati, nonchè ultra-veloci.
Prima di arrivare all'ascensore ci viene fatta una foto insieme davanti a un telone verde, di quelli utilizzati al cinema per posporre al soggetto uno sfondo "neutro".
All'interno della cabina dell'ascensore, mentre si sale, la conta dei piani avviene di 10 in 10, e man mano che vai su ti si tappano le orecchie.
Una volta scesi dall'ascensore, si viene guidati sulla terrazza, che offre la visuale di tutta New York sotto ai proprio occhi, visionabile dai quattro punti cardinali.

Se si guarda in giù, i taxi sono più piccoli delle formiche, se si guarda in avanti si scorge la Statua della Libertà, uno storico cartello della Pepsi Cola vecchio di 80 anni posto su un molo, si vede la baia e molto altro ancora. Visuale eccezionale.
Dopo 20 minuti circa, si riscende: passaggio obbligato in mezzo al gift shop (questa cosa mi dà tanto l'aria di essere una pecora che viene portata a pascolare insieme al gregge, Nota di Frank), quindi si prosegue, e prima di uscire dal Building alcuni amici dei fotografi cercano di venderci ( a 20 dollari) la foto che abbiamo fatto davanti allo sfondo verde: lo sfondo che hanno aggiunto loro con i macchinari sofisticati di cui dispongono è una tamarrata indicibile - l'Empire State Building di notte, posto dietro le nostre spalle.
Tutti coloro che visitano questo monumento di New York subiscono lo stesso identico trattamento.
"Ci sono due stampe grandi e due fototessera: vi lasciamo tutto questo per soli 20 dollari!" ci dicono entusiasti. Rifiutiamo, mandandoli a cagare sommessamente.
A tratti, vorremmo farlo apertamente. Ma sempre con il sorriso sulle labbra.
MARTEDI'
Arriviamo all'aeroporto JFK di New York nel primo pomeriggio, e, dopo aver recuperato il bagaglio, attendiamo una mezz'oretta prima che l'autista dello shuttle per il nostro hotel si faccia vivo.
Questi shuttle sono furgoncini a 8 posti guidati da autisti molto disinvolti.
Povera Carla: per il fatto che lei è più magra di me, finisce per sedersi nella fila dietro, di fianco a due mezzi obesi, col risultato che lei è quasi shpalmata sul finestrino per un viaggio di 30 minuti.
Ma anche questi mezzi non sono chissà quanto larghi....
Arrivati all'hotel, scarichiamo le valigie (meglio: ce le scaricano a terra: 4, zainetto escluso) e ci addentriamo al Bedford Hotel, sulla 40esima Strada, quasi all'angolo con Lexington Avenue.

Qui, dopo il check-in, veniamo aggrediti dal portaborse, che non vuole essere aiutato in nessun modo: le valigie deve portarle lui e ci deve accompagnare in stanza e portarci in stanza tutte le valigie. Noi non dobbiamo fare niente, se non dargli la mancia.
E ce lo so! Ma abbiamo un pezzo da 20 dollari e tre dollari sfusi. Sapendo che ogni valigia = un dollaro di mancia (almeno), gli dò una mano, almeno se gli dò tre dollari magari si offende di meno.

E arriviamo alla stanza, che il nostro "valet" ci descrive adeguatamente: "avete un frigo, un ripostiglio, un forno a microonde per scaldare i cibi e un bagno!".
Tutto in 10 metri quadrati, escluso il bagno (2 metri scarsi in più).
"Meglio l'Americania a San Francisco" - dice Carla - "o il Pines Motel a Bryce Canyon".
"Carla, meglio qualunque altro hotel: questo è un buchetto, ed è il più costoso di tutti, pensa" replico io.
Ve lo dico quanto abbiamo speso a notte? Ve lo lascio immaginare dandovi una statistica: ogni hotel a New York ha le camere che vengono date a un prezzo medio di $250 a notte, senza colazione.
Bello, eh?
Ci siamo rinfrescati un pò e siamo quindi usciti subito: con mia sorpresa e quella di Carla, siamo molto vicini al Chrysler Building, praticamente di fianco.
Che bello che è! La storia narra che il suo progettista (che di cognome fa Van Alen, fai te!) lo fece costruire nei primissimi anni '30, facendo costruire una calotta di acciaio alta 60 metri in un altra località segreta. A palazzo ultimato, questa guglia (chiamata "Vertex") venne calata sopra il tetto, lasciando con le pive nel sacco un altro progettista che stava costruendo quello che doveva essere il grattacielo più alto, in Wall Street.
Tuttavia, dopo pochi mesi, nacque l'Empire State Building che, fino al 1971, rappresentava la vetta artificiale più alta di New York (e, putroppo, sette anni fa lo è ridiventata).
Giriamo un pò spaesati per le prime vie, imboccando Lexington Avenue per approciare meglio la città.
E, praticamente, fu subito Quinta! La famosa Quinta Avenue, con tutti i suoi negozi (c'è anche Tiffany, vicino Central Park) era il sogno di Carla: sogno esaudito.
Io seguo diligentemente mia moglie cercando uno spunto per fare un pò di spirito (ne trovo a bizzeffe): questa città opulenta offre di tutto, quasi come Las Vegas, solo che quest'ultima è dichiaratamente sfacciata, mentre New York un pò di classe ancora la conserva.
Ma bisognerebbe togliere quel negozio di Abercrombie & Fitch da lì (questa è opinione personale di Frank): questo negozio è una fetta di Milano in una città che offre moooolto più di Milano, una città dove vive gente abituata ad avere dei servizi che funzionano, gente che mette le scarpe da ginnastica sotto il tailleur per andare a lavorare a piedi, portandosi le VERE scarpe da tailleur in borsa per poi calzarle in ufficio.
Dicevamo di negozi come questo: Carla ci è entrata due volte, io ci sono stato dentro 5-8 minuti poi sono uscito (la musica dentro è alta come in discoteca) poi sono uscito ad aspettarla, e osservavo. All'ingresso, c'ìè sempre un modello a torso nudo che si offre per le foto con le visitatrici, altri due ragazzoni più all'esterno ballano come si ballerebbe in una qualunque discoteca della provincia lombarda. E il mio pensiero è: se sono arrivato a New York per "gustarmi" queste cose, le osservo da fuori e poi le scrivo sul blog. E, possibilmente, divento impopolare: sì, perchè vedo questo modo di vendere la moda da troppo tempo ormai, e lo trovo finto, grottesco e molto scontato. Ma c'è, quindi si accetta così come viene...
Facciamo anche un salto all'autoprocloamato "negozio più grande del mondo", ossia Macy's.
Il concetto di Centro Commerciale qui è evoluto: il Centro Commerciale è la strada, dove si trova tutto, e i negozi multipiano come questi somigliano tutti a La Rinascente, dove per ogni piano si trova una cosa specifica (arredamento casa, abbigliamento uomo, donna, bambino, etc...).
Ci sono "stores" che hanno molti piani, e in cima hanno un ristorante. Sì, lo so che anche al Rinascentre in Duomo lo ha: ma su entrambi i lati est e ovest? Non mi sembra...

In serata abbiamo mangiato in un "deli" come ne esistono tanti in questa città: una sorta di buffet restaurant dove si può scegliere cosa mangiare tra primi, secondi, contorni, dolce e frutta.
In pratica, si prendono delle vaschette di plastica, si riempiono con ciò che si vuole, si va alla cassa, pesano il tutto e paghi.
Più semplice del primo, secondo con contorno, dolce ed eventualmente frutta e caffè 18 euro (dolce e frutta esclusi), non trovate?
Dopo aver apposto il tutto su un vassoio, ti accomodi al piano superiore per gustare con comodo il pasto. Nella sala dove ci siamo messi c'erano alcuni poliziotti, ai quali si sono aggiunti altri colleghi in seguito, che guardavano la TV.
L'unica cautela che bisogna osservare in posti come questi è quella di non farsi guidare dall'istinto famelico prima di mangiare: l'istinto ti fa mettere sul piatto cibi che non si armonizzano bene, e si rischia di rimanere pieni neanche a metà cena/pranzo.
Ad ogni modo, per fortuna poi si cammina un pò: siamo arrivati fino all'albergo passeggiando, poi siamo caduti sul letto, stremati da una giornata dove l'orario si è spostato in avanti di 3 ore e dove, praticamente, quasi non abbiamo chiuso occhio.
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